I colori nell'anima

16.03.2018

Le tele di Mario Amico sono i suoi occhi, sono la sua anima filtrata dai colori. Poche pennellate di colori per la maggior parte vivaci e che non sempre coprono tutta la tela esprimono il suo essere. Particolarmente dotato per il disegno sin da ragazzo Amico, non ha coltivato la sua passione quando svolgeva la sua vita di padre, marito, lavoratore, ma questa dote è emersa in modo naturale in quella che egli stesso ha definito "la morte da vivo", quando lucidissimo si è ritrovato a non essere più padrone del suo corpo e a perderne le più elementari funzioni, rendendo difficili e, col passare del tempo impossibili, anche i più semplici gesti come il saluto, due chiacchiere con un amico, una carezza alle figlie, un bacio alla moglie, colonna instancabile che gli è sempre stata vicina in questi anni difficili. Sin dalla preistoria l'uomo ha sentito l'esigenza di comunicare, di lasciare messaggi. Questa necessità è insita nella sua natura, l'arte astratta crea immagini che non appartengono alla nostra esperienza visiva, non imita la realtà concreta in cui viviamo. Non rappresenta la verità, ma una verità: quella dell'artista e le molteplici verità di chi osserva l'opera dandone un'interpretazione. Nonostante non possa essere arbitro della tecnica il risultato sulla tela è notevole perché la forza, la necessità e la volontà di esprimere superano le difficoltà materiali. Va rilevata una coerenza nel tratto che rende le opere di Amico facilmente riconoscibili. È possibile perdersi nel ricordo primaverile di un campo di papaveri o in una passeggiata nella natura quando ormai è autunno. A volte i ricordi della memoria non sono ben delineati e così labirinti di pensieri affollano la mente e ricoprono l'intera tela. Si resta in trappola, a volte in catene: impossibile la fuga. Se Oscar Wilde ha scritto "esistono due modi per non apprezzare l'Arte. Il primo consiste nel non apprezzarla. Il secondo nell'apprezzarla con razionalità", George Bernard Show ha affermato "si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l'arte per guardarsi l'anima".

              Marta Galofaro



IL VISIBILE OLTRE IL VISIBILE

L'arte è la creazione di una magia suggestiva che accoglie insieme l'oggetto e il soggetto.

Charles Baudelaire

Negli anni '60 i laboratori della Scuola d'Arte di Comiso sono stati fucina di dieci ragazzi per l'apprendimento di tecniche pittoriche e scultoree. Stessa formazione iniziale con gli stessi valenti maestri, strade e percorsi diversi in seguito, un obiettivo comune: l'Arte. Ciascuno di loro la interpreta e personalizza, presentandola nelle infinite possibilità che la forma e la materia possono assumere se plasmate da mani esperte. Quello stesso gruppo di studenti, quasi cinquanta anni dopo, si riunisce e riconosce sotto un comune denominatore: il Collettivo BAI (Bottega Arte Ippari). L'acronimo, creato dal critico Eugenio Giannì, rievoca lo studio, la bottega in cui negli anni della formazione e in quelli successivi questi artisti creano, si confrontano e crescono e il fiume della città, un tempo navigabile, che dall'antica Casmene (la Comiso greca) sfociava a Kamarina. Così dall'Aula Pietro Palazzo della città ipparina con la mostra "Una Scuola una Generazione", curata dal critico d'arte Luciano Marziano, nel 2006 il Collettivo inaugura la prima di una serie di interessanti mostre ed esposizioni itineranti che si spostano da San Cataldo ad Arcidosso, da Gorizia a Gubbio, da Stefanaconi a Reggio Calabria, da Cefalù a Enna, da Paternò a Sciacca, da Modica nuovamente a Comiso. Oggi il Collettivo raggiunge un altro importante obiettivo, spostandosi fuori dai confini dell'Italia e, per la priva volta, esponendo sul suolo tedesco su invito dell'Associazione artistica creArte di Wolfsburg, con una mostra curata dal critico Giombattista Corallo, inaugurata il primo dicembre 2017 che si potrà visitare fino al 20 gennaio 2018. È il balzo in Europa, lo slancio verso nuove mete, la possibilità di allargare i propri orizzonti, non solo geografici, che ha permesso agli artisti di ricevere nuovi encomi e riconoscimenti critici da un pubblico diverso.

Etnie di migranti di Vittorio Balcone è un'opera in legno che denuncia la terribile realtà di chi migra dal proprio paese alla ricerca di una vita migliore. L'equilibrio del pezzo ricorda l'ordine che i potenti della terra hanno stabilito. La croce non risulta sufficiente ad abbracciare i migranti (troppi anche per le braccia di Dio!) che fuggono per terra e per mare tra onde che sovrastano e limiti-confini imposti che intrappolano o lasciano fuori.

In Entelechia, opera in metallo, i vuoti e i pieni cercano la perfezione. La materia si sposa con la non materia e tagli profondi lasciano intravedere ciò che non si palesa, ma vuole essere scoperto.

Con Sulle congreghe e le lobby, Giovanni Di Nicola, artista molto abile nella fusione e nella foggiatura, rappresenta identità volutamente non definite, alleate sotto una comune bandiera, stereotipo della convenienza, del successo, del guadagno facile. L'artista usa una varietà di metalli con dovizia di particolari e ricerca l'ossidazione ritenendola indispensabile nell'espressione della sua poetica. Sotto falsi dei e falsi ideali, abbindolati dal mito del dio denaro si schierano, lottano, influenzando a proprio vantaggio i governi pur di ottenere il proprio tornaconto, e si ammassano omini incuranti del male che provocano. I morti del Bataclan? Della Palestina? Di Londra? Solo effetti collaterali di un piano economico molto più grande e devastante.

La pittura di Giuseppe Atanasio Elia è ben strutturata nella composizione, nella ricerca geometrica e formale con la quale ottiene un effetto di luci ed ombre complementari che si valorizzano a vicenda. Inquietano nella composizione le figure in attesa, ombre che si inseriscono nell'equilibrio sobrio ed elegante dell'opera e restano in silenzio, in attesa. Si palesano come fantasmi dietro una porta che conduce al buio e all'immaginazione. In uno spazio della mente dimenticato riaffiorano ricordi e stati d'animo. È l'attimo prima che l'intelletto umano ne prenda consapevolezza.

Sembra di guardare una lastra arcaica, osservando Antichi caratteri di Luigi Galofaro. Dopo aver rimosso la polvere dei secoli si scoprono strani, indecifrabili segni su una superfice incisa e stampigliata con maestria nella ricerca della materia e del colore. Il segno della storia nella storia.

In Via dal caos una forza centrifuga spinge fuori dal rettangolo in cui l'occhio dell'osservatore viene intrappolato dal caos ordinato, studiato, cercato nel rame tagliato, inciso, ferito, straziato, saldato. Il vortice della vita travolge. Si anela un disperato tentativo di fuga, se di trova l'unica stretta via, verso il paradiso o l'inferno.

Le opere di Emanuele Elio Licata sono eleganti. Le ragnatele, ricavate da fogli di rame e di alluminio di colori diversi, ordiscono antiche trame, sospese in perfetto equilibrio. La traforazione ottiene un effetto grafico; le forme irregolari creano e suggeriscono un effetto plastico-formale. Le ragnatele di Licata, suggestive per l'effetto compositivo e cromatico, hanno un effetto dinamico anche perché fissate su una lastra d'acciaio lucidata a specchio che ne moltiplica il movimento con un gioco di riflessi. Ricordano la perfezione della Natura, ma piuttosto che una trappola per gli insetti rievocano l'unione, la fusione tra mondi diversi, l'accoglienza, la libertà. Non intrappolano ma accolgono.

Il fiore di loto è capace di mantenere la propria bellezza in mezzo al fango. Ha influenzato le culture di molti popoli che lo hanno associato, fin da tempi molto antichi alla rinascita, alla purezza divina, all'illuminazione, al benessere. Michele Licata disegna il fiore di loto giocando con le lamiere concave e convesse che si sposano con lo spazio da cui sono avvolte attorcigliandosi su se stesse. L'effetto pittorico è accentuato, oltre che dalle forme, dalla patina con cui l'autore ha voluto, con gusto pittorico, concedere all'opera un'antica bellezza, rievocando la forza della vita: la capacità di rimanere puro e incontaminato nel deteriorarsi del mondo.

Le pitture di Saro Lo Turco sembrano paesaggi nella nebbia. La foschia avvolge tutto, confonde i contorni, lascia solo intuire la realtà che l'autore vuole volutamente occultare. Sembra di osservare paesaggi de "Le mille e una notte", aspettando che Sherazade inizi il suo racconto per la vita. Il significato va cercato oltre il visibile, bisogna saper cogliere la poesia e il mistero, riuscire a leggere oltre la luce che distrugge e corrode le forme. È come se L'artista, con grande abilità tecnica, anziché impregnare il pennello del colore lo usasse per sfumare fino quasi a cancellare le sagome. Luci, ombre e penombre che raccontano di paesi e gente lontana nello spazio e nella mente di chi le rappresenta e di chi le guarda .

Con rapide e studiate pennellate Raffaele Romano compone nervosamente e concisamente l'opera. L'estro dell'artista e l'abilità del disegnatore e del grafico emergono dai quadri quasi monocromi. Il colore prende forma nel contesto dell'opera palesando all'osservatore la figura rappresentata. Artista d'Avanguardia, Romano, riesce ad esaltare il lato emotivo della realtà, lo rappresenta con i suoi colori, così come lo legge e lo percepisce. Quello che si coglie visivamente passa in secondo piano, si viene travolti dal dinamismo, dominano l'irrazionale, il subconscio e gli istinti primordiali. La realtà è completamente superata.

Le opere di Giuseppe Salafia, plasticamente curate con perizia tecnica, eleganti nella scelta dei marmi policromi, risultano armoniose ed equilibrate. Le forme primordiali, combinate con gusto, ricorrono nelle opere dello scultore. In modo particolare l'uovo, emblema millenario, forma che rasenta la perfezione della Natura, simbolo della vita che nasce (o rinasce), di fertilità. In molte mitologie dell'antichità, rappresentava l'embrione primordiale da cui è scaturita l'esistenza (concetto di uovo cosmico) e ancora oggi, gli astrofici parlano di un nucleo primordiale dal quale si è sviluppato l'Universo per mezzo del Big Bang. Nella cosmogonia l'esplosione dell'uovo permette la nascita dell'universo, il principio di tutto. È vita in potenza.

Per Gesualdo Spampinato l'arte è denuncia di problematiche sociali attuali. Chi guarda i suoi quadri deve riflettere. L'artista sceglie spesso di usare un'unica tonalità, o il colore è "puro", o con l'aggiunta di un altro pigmento. L'effetto è unitario e armonioso, il messaggio forte. Il mare diventa un reticolato invalicabile, tempestoso. A volte si scorge ciò che resta di una piccola imbarcazione, altre nulla. L'indifferenza ha inghiottito ogni cosa, cancellandola per sempre. Il mare si tinge del colore del sangue di chi fuggendo dalla fame e dalla guerra sperava di trovare migliori condizioni di vita, rischiando il tutto per tutto. Ma nulla resta, solo la scia delle navi dei soccorritori, ancora una volta arrivati troppo tardi.

Se, come ha scritto Paul Klee, l'arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è, il Collettivo BAI contribuisce, con la molteplicità di espressione dei suoi artisti, a rappresentare il mondo e la vita oltre il visibile, con gusto ed eleganza.

Marta Galofaro