Recensioni

 

LA CARTIERA DEL PRINCIPE

Immagina che un uomo sul letto di morte chiami al suo capezzale un amico per affidargli una cartella piena di fogli e di segreti con una raccomandazione: "Non ti lasciare sfuggire una parola sul loro contenuto, che ti autorizzo a leggere ma non a divulgare [...] Un giorno, quando sarà, [...] avvertirai il segnale chiaro, inequivocabile, che è giunto il momento di rivelare al mondo i segreti contenuti in queste carte".

Immagina un bar, a Val d'Ippari, il Tropical, e che dietro le sue tende rognose stia accadendo qualcosa di incredibile: le anime siciliane stanno per essere giudicate e a ciascuna di loro è concesso, dal momento che i Fattori nell'emissione del verdetto ne terranno conto, raccontare la propria versione dei fatti della loro storia, prima del giudizio finale.

Così Digiacomo nel suo ultimo romanzo, La cartiera del principe, cambia e sovverte i criteri di giustizia terreni e ultraterreni e le anime in suppillo (in pena), raccontano le loro storie "saccheggiando a piene mani letteratura, arte, musica, cinema, teatro, storia, storie, nel tentativo di farla franca e di guadagnarsi la beatitudine eterna". E questo perché, come spiega Sua Eccellenza a Pietro tuculiuni, non è il caso di usare l'onniscienza per giudicare le miserie umane in quest'angolo minuscolo dell'Universo: "Da quando in qua spariamo ai passeri con un cannone?". "Ricapitolando, agli uomini concessi il libero arbitrio, quindi, come sempre, li ho lasciati liberi non solo di agire ma anche di rappresentare i fatti come gli piacesse: menzogna e verità sono concetti umani e qui non siamo in un tribunale terreno, qui noi giudichiamo con altri metodi, con altre logiche".

Nel frattempo la Morte, in abito nero e con la falce, come vuole la tradizione, aspetta di compiere il proprio lavoro scucchiaiando granita di gelsi neri all'ombra del Mastio.

Poi il segnale inconfutabile: le pagine segrete devono essere divulgate ed è così che, unite agli appunti dimenticati al Tropical da un certo Gabriele 'U Mutangulu, riordinate con rigore filologico, possiamo leggere anche noi le storie di miseria e nobiltà, ira, omicidio, truffa, abuso, corruzione, suicidio, invidia, incontinenza, lussuria, avidità, furto e inganno tra cui si agita l'ensemble dei cento e più personaggi, plausibili e verosimili, della Sicilia di fine '800.

Nelle pagine de "La cartiera del principe" nulla è come sembra, verità e menzogna si confondono e, in perfetto stile pirandelliano, non esiste una prospettiva privilegiata da cui il lettore può carpire la verità perché le prospettive sono tante, come tanti e diversi sono i personaggi che animano questo romanzo.

Il testo ha una premessa dell'autore che si diverte ad interagire con il lettore e lo invita ad arrangiarsi qualora "asino e pigro" non riesca a trovare la traduzione delle frasi e dei termini in dialetto alla fine del libro. All'irriverente premessa segue un "prefazione superba": "dopo questo libro, non avrai bisogno di leggere null'altro", poi "ventitré racconti, sette peccati capitali, quattro virtù cardinali, una tragedia in tre atti, un vocabolario, due secoli di storia".

Un meraviglioso dipinto del pittore Giovanni La Cognata arricchisce la copertina de La Cartiera del Principe, il libro irriverente e complesso di Giuseppe Digiacomo con cui nasce la prima collana di narrativa edita da Archilibri, iDardi.

Il romanzo corale e postmoderno di Digiacomo è caustico ed irriverente e al contempo sempre elegante e raffinato. Storia, teatro, giallo, commedia vi sono miscelati con un risultato strepitoso, avvincente ed efficace, da cui traspare l'amore per una terra, la Sicilia, ardua e complessa, intrigata e intrigante, fatta di contrasti e di contraddizioni, ma incomparabile con nessun'altra.

Marta Galofaro

L'amore a prescindere

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Gibran riguardo l'amore scriveva "non dà nulla fuorché sé stesso, e non coglie nulla se non da se stesso. L'amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto, poiché l'amore basta all'amore". Ma cosa significaamore incondizionato? Ed è davvero possibile lo stadio dell'amore in cui questo sentimento si offre a prescindere da tutto: dalle convenzioni sociali e morali, dal credo religioso, dai vincoli carnali e dai legami familiari?

L'amore a prescindere di Angelo Aliquò cerca di dare una risposta a questo interrogativo raccontando, attraverso la storia di Carmelo, un giovane seminarista, io narrante della vicenda, temi di scottante attualità e il modo assolutamente intimo e personale di vivere l'amore e la fede attraverso le persone e i personaggi che il protagonista incontra lungo il suo cammino, forse prima ancora che di fede, di vita.

Carmelo è cresciuto in una famiglia cattolica fervente in cui prevalgono le figure femminili e in cui ha scoperto che esistono modi completamente diversi di vivere la fede. Lo zio Antonio è un uomo potente e stimato della curia romana, che affronta i temi ecclesiastici sempre con severa determinazione, zia Teresa "missionaria in Africa e Asia, fiera oppositrice della religione contemplativa del fratello minore e delle sorelle maggiori", aveva lasciato il facoltoso fidanzato per abbracciare la fede attiva, "non guardava i peccati e le diversità, amava tutto il creato". L'unico esempio di virilità per Carmelo è suo padre che non accetta di buon grado la vocazione del figlio e ne intuisce l'omosessualità. Don Alfio, "un uomo bello, un poco sovrappeso, occhiali pesanti davanti ad occhi azzurri e profondi", attraeva Carmelo per la profonda cultura ma non solo. Rappresenta la parte corrotta ed arrivista del clero, quella che non si fa scrupoli pur di raggiungere i propri scopi anche a costo di tradire chi ha riposto in lui fiducia incondizionata perché tutto sta "in voluntate omnia". Dalla delusione nei confronti di Don Alfio nasce la nuova vocazione del protagonista, quella dell'amore a prescindere, puro e disinteressato.

Fra realtà e fantasia, questo romanzo nasce, come spiega lo stesso autore, da una breve discussione fra due sacerdoti ascoltata involontariamente e riportata nel testo in modo fedele. E nasce per far riflettere. Chi siamo veramente? Fino a che punto crediamo in quello che professiamo o diciamo? Preferiamo essere o apparire in questa grande vetrina che è il mondo? Oppure in una società precostituita l'uomo si trova a vivere la parte che gli è stata assegnata, da cui non può sottrarsi?

Ciascuno è costretto a seguire le regole e i principi che la società impone indossando una maschera che nasconde personalità e individualità molteplici e complesse. Questo porta all'incomunicabilità tra individui che provoca un senso di solitudine nell'individuo e di esclusione dagli altri, come da se stessi. E forse la vera protagonista di questa storia non viene mai nominata ed è la solitudine, la solitudine di chi per una scelta che non riesce a portare fino in fondo non può esternare i propri sentimenti o deve viverli di nascosto, la solitudine di chi è disposto per trenta denari a vendere chi gli è veramente amico, ancora la solitudine di chi non appagato da agape non riesce a sottrarsi ad eros.

Marta Galofaro

L'ESTATE DEI DIECI TEMPORALI

Un lontano e torbido passato ritorna... Una serie di delitti di persone anziane annunciati da miniminagghie, indovinelli della cultura siciliana, trasportano il vice questore aggiunto, Milena Costa, donna caparbia che non si ferma davanti alle apparenze e agli ostacoli, ad una lontana estate caratterizzata da dieci temporali che ha segnato inesorabilmente la vita di diverse persone... Le miniminagghie ci trascinano nelle più antiche tradizioni popolari di un'isola che affascina e incanta, ma anche all'infanzia della protagonista. Nonché alla terribile e atroce situazione dei manicomi italiani che annovera non pochi scandali, con numerose sevizie agli internati, troppo spesso ignorate volutamente e troppo tardi accertate dalle pubbliche autorità.

Il ritmo è incalzante, lo stile piacevole, l'uso delle parole lascia intendere la cultura della scrittrice.

Milena Costa è single, affascinante, estremamente umana: si ama subito. È facile affezionarsi anche agli altri personaggi della storia: il promettente poliziotto Adriano, il poco sveglio, mai puntuale e poco opportuno Macaluso, il discreto corteggiatore della Costa, il dottore Caronia della scientifica, il medico legale, Luisa Medica, pesante ed insistente amica dei tempi del liceo di Milena che si esprime con le parole delle canzoni dei Beatles, la misteriosa ed inquietante donna dallo sguardo penetrante che la protagonista incontra in biblioteca...

A Milena il compito di riordinare, scovandoli e mettendoli al posto giusto i pezzi di un puzzle che l'autrice si è divertita a mettere sulla rinfusa lungo il percorso in cui si snoda la storia che sa di sicilitudine.

L'estate dei dieci temporali è il primo avvincente giallo di Mariella Sparacino, impiegata comunale per occupazione, scrittrice per vocazione, giocatrice di tennis per ostinazione, webmaster per passione, single per convinzione, schiva per dannazione, come lei stessa si presenta nella autobiografia. Fa parte della raccolta eLit della HaperCollins che ha deciso di far arrivare in edicola una selezione dei migliori romanzi pubblicati in digitale scritti dalle autrici italiane. Dato il valore di questo romanzo e la bravura dell'autrice ci auguriamo di vederlo quanto prima anche in libreria. L'estate dei dieci temporali è più che un giallo, è introspezione psicologica, è passione, è denuncia.

Marta Galofaro

                                       L'URLO DEL DANUBIO

Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz venivano aperti dall'armata rossa e il mondo conosceva per la prima volta l'orrore dei campi di sterminio nazisti. Il 1º novembre 2005, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha scelto questa data per commemorare le vittime della tragedia dell'Olocausto. L'Italia lo aveva già fatto nel 2000.

"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario", ha scritto Primo Levi. Ma l'impegno a ricordare e documentare deve tener conto di molte difficoltà: molti, troppi, in Germania soprattutto, ma anche in Italia, finsero di non sapere o vollero non sapere cosa era successo nei lager nazisti. Inoltre bisogna tener conto della volontà di dimenticare di una parte dei sopravvissuti. Ma perché la storia possa essere veramente "magistra vitae" "l'uomo deve conoscere il passato per comprendere il presente e orientare il futuro", monito all'umanità dello storico greco Tacito nel V secolo a.C. valido oggi più che mai in un tempo in cui il razzismo e l'odio verso il diverso sembrano avere trovato nuova linfa.

Tutti dobbiamo pertanto impegnarci perché le pagine più tristi e più nere della storia non si ripetano.

Marinella Tumino, collega di letteratura e storia ha dato il suo contributo alla memoria di questo atroce passato con diversi libri. L'urlo del Danubio è il suo ultimo lavoro. Il testo ripercorre il viaggio su un treno immaginario nei luoghi che sono stati teatro di uno dei più grandi abomini dell'umanità, come scrive l'autrice un "viaggio dell'anima sui binari della memoria storica".

La piccola storia fa la grande storia. Così le singole storie di alcuni degli ebrei detenuti nei lager, alcune a lieto a fine, altre purtroppo dal triste epilogo, contribuiscono a ricostruire cos'è stata la Shoah perché forse è molto più semplice rendersi conto di quello che è stata questa tragedia guardando con gli occhi di chi l'ha vissuta: con gli occhi di Anne, di Davide, di Ester, di Jozsef, di Vania; ma anche con quelli di chi si è prodigato per salvare più ebrei possibile come il farmacista del ghetto di Cracovia, Pankiewic, l'imprenditore Oskar Schindler o ancora l'italiano Giorgio Perlasca.

Con questo libricino Marinella Tumino ci invita non solo a non dimenticare ma anche a ricordare e far ricordare.

Marta Galofaro


CREPET: CI VUOLE PASSIONE

Paolo Crepet, oltre ad essere un noto volto della televisione, è prima di tutto psichiatra, sociologo e scrittore prolifico ed appassionato che ci fornisce, attraverso i suoi testi, un'attenta analisi della nostra società e attualità. Il professor Crepet è cresciuto in una famiglia di artisti: il suo nonno paterno, Angelo è un pittore (amico tra l'altro di Amedeo Modigliani), mentre il nonno materno è un ceramista. Quest'esperienza ha influenzato la sua concezione della vita, del bello e della felicità: "La mia famiglia mi ha insegnato il valore della creatività, dell'immaginazione, del bello. Tutto parte dalla ricerca della felicità e per questo credo che la psichiatria sia l'arte di rimuovere gli ostacoli alla felicità. Sono convinto che la psichiatria abbia più a vedere con l'arte che con altro."

E sono convinta, dopo averlo letto, che il suo ultimo lavoro, Passione, possa essere una guida verso la felicità, perché per essere felici bisogna assecondare le proprie passioni. Per vivere in maniera intensa, per vivere veramente godendo a pieno di ogni singolo istante è necessaria la passione. L'etimologia del termine passione è riconducibile al greco πάθος, termine che pur racchiudendo il senso della sofferenza, indica una forte emozione. Per tale motivo, passione indica sia un momento di profonda sofferenza, ma nel suo senso più comune indica un desiderio, un trasporto dell'animo che il pensiero ha sempre contrapposto al λόγος, alla ragione come le due forze polarizzanti dell'uomo.

Paolo e Francesca, Alex Zanardi, Reinhold Messner, Angelo D'Arrigo, Leonardo Da Vinci, Walt Disney, Maria Teresa, Martin Luther King, Gandhi, Mandela, Steve Jobs, Bill Gates, Giulietta e Romeo, l'artista che ogni giorno si alza e non può fare a meno di creare, lo scrittore che non può stare lontano dalla penna, l'amante che si rigira nel letto senza riuscire a prendere sonno perché vorrebbe condividere il talamo con l'amata, non sono che alcuni esempi di uomini e donne che hanno scelto di vivere secondo passione in una sfida con sé stessi e col mondo per vivere appieno e godere.

Il professor Crepet, nel suo ultimo libro, descrive la passione come minimo comune esistenziale e godere, verbo forse troppe volte censurato, ma che deve o dovrebbe essere invece uno dei principali obiettivi dell'educazione. Oggi le passioni spesso si censurano, gli adulti preferiscono crescere giovani addomesticati, indifferenti, pieni di paure per esorcizzare la paura... e la responsabilità è in parte degli adulti che tendono a proteggere i propri figli al punto da impedire loro di spiccare il volo ma anche dei ragazzi che devono prendersi le proprie responsabilità per superare quella selezione darwiniana che c'è sempre stata. Quindi la lentezza tipica di parte delle nuove generazioni è un mix di educazione e tecnologie digitali: il risultato è che ragazzi e ragazze tendono ad aspettare che il problema sia risolto da altri piuttosto che provare ad affrontarlo da soli con le proprie forze e il proprio ingegno. Inoltre il professor Crepet sottolinea come i giovani facciano fatica ad avere qualità nelle relazioni e preferiscano accontentarsi. Quindi, convinto che gli esempi valgono più delle parole, ha scelto di incontrare per loro dei maestri: tre testimonianze di, come li definisce, campioni della passione: il jazzista Paolo Fresu, Alessandro Michele, direttore creativo di una nota casa di moda, e il più celebre architetto contemporaneo, Renzo Piano. Personaggi di età diverse, che hanno fatto cose diverse ma che possono essere un ottimo esempio per i giovani.

Per il professore anche la politica è cambiata. Ormai solo per pochi è ancora il sogno di contribuire a costruire un mondo migliore, per la maggior parte è arrivismo, tornaconto personale. Leggendo Passione mi è tornata in mente la canzone di uno straordinario e intramontabile Giorgio Gaber, in cui l'artista si chiede cosa sia la destra o la sinistra per poi arrivare alla conclusione che l'ideologia è passione. Ma, come giustamente scrive il professore Crepet, la passione, necessaria a cambiare il mondo, è esercizio faticoso per chi non è abituato a mettere impegno in ciò che fa e preferisce scommettere sull'individualismo, sulla paura della diversità, persino su un tweet o un selfie, ammalando la passione per la politica.

È stato interessante leggere Passione da insegnante, da madre e da donna che vive questa attualità, spiegata in modo diretto attraverso esempi concreti e con una scrittura semplice e scorrevole in cui è come se l'autore dialogasse amichevolmente con il suo lettore inducendolo con le sue riflessioni a riflettere. Mi piace concludere riportando una frase molto significativa del professore: "Dovresti imparare che la vita, come l'amore, è l'unico business il cui bilancio deve finire in rosso: bisogna dare tutto senza calcolare ciò che ci viene riversato. Quello che diamo agli altri è nostro per sempre, mentre quello che si tiene per sé è perso per sempre."

E noi siamo pronti ad essere fuoriclasse della nostra vita?

         Marta Galofaro

https://www.infodem.it/teatrino.asp?idn=1399

Bretelline rosso sangue

Paulu l'uorvu, banditore cieco dalla nascita grida per le strade: "Si persi ʹn picciriddu ʹi quattr'anni e a matri ʹu va circannu. Cu n'avi notizzi, parrassi ccu don Pidrinu Fuschi, ra pasticceria Tri Marie". Paulu, provato come tutta la cittadinanza spera che ritrovino sano e salvo Alfredino, rapito a quattro anni a Vittoria nel maggio del ʹ46 Non sa ancora, come non lo sanno Pietro e la sua famiglia, che il piccolo è stato ucciso la sera stessa del rapimento. Salvatore Genovese racconta "il caso Fuschi" in Bretelline rosso sangue (Prova d'Autore, Collana Nuove tressule, 2017 € 15,00), fondendo cronaca e invenzione. Tre improvvisati banditi, Solarino, Affè e Cilia, discutono su come portare a compimento il piano per guadagnare denaro. Affè conosce Alfredino, lo avrebbe prelevato per un giro in bici, ma quella sera non lo avrebbe riportato a casa: "Mi canusci. Nun lu putiemmu lassari vivu". Solarino risolve il problema: "Ci pienzu iu". Abilmente Genovese, con la sua prosa asciutta, lineare e incisiva, alterna e svela i punti di vista dei carnefici, della famiglia della vittima, degli investigatori e degli agenti di polizia. Bretelline rosso sangue è un romanzo-reportage che non lascia indifferenti per la crudeltà della storia, per la capacità del narratore di incuriosire, nonostante si conosca l'epilogo sin dall'inizio, per la sua bravura di districarsi nella narrazione senza tralasciare nulla, inserendo documenti dell'epoca. I Fuschi vivono nella speranza di riabbracciare Alfredo, cedendo ai ricatti, consegnando il denaro richiesto, ignari che il loro piccolo giaceva morto semi sepolto da un mucchio di pietre nella grotta buia dove si è consumato il terribile delitto. Lo scrittore interpreta senza cedere all'enfasi i sentimenti di una famiglia distrutta che per un anno ha sperato, ma anche i pensieri dei rapitori. "Perché ammazzarlo e in quel modo?". Di tal genere, se non tali appunto, scriverebbe Manzoni, erano i pensieri di Cilia, l'unico a pentirsi subito dell'orrido misfatto.

Marta Galofaro

                                       Presentazione di "Pettine bello" di Giuseppe Digiacomo al "Donnafugata film festival".

Bubalus

cu agghiutti feli nun sputa meli

Sono passati poco più di vent'anni da quando Gesualdo Bufalino morì in un banale incidente d'auto. Ma sembrano molti di più se pensiamo che lo scrittore, uomo d'altri tempi, forse sarebbe vissuto più a proprio agio nell' ʹ800 piuttosto che in questa società 4.0 dai ritmi frenetici in cui persino il più avanzato progresso risulta effimero. Eppure Bufalino manca, mancano i suoi libri a chi per sfuggire ai ritmi veloci della società sceglie i suoi romanzi e i romanzi in genere, consapevole di trovare mendaci e illusorie risposte ma soprattutto legittime domande. Giuseppe Digiacomo, ha avuto l'onore di conoscerlo, di averlo spesso a casa propria perché intimo amico del padre e ce ne regala un ritratto inusuale nel suo Pettine bello, un libricino, secondo precise indicazioni dell'autore all'editore, formato "sacchetta 'u culu" cioè piccolo quanto basta per poterlo sempre portare nella tasca posteriore dei pantaloni, sfilarlo e leggerlo all'esigenza, come medicina contro depressione, ipocondria, inappetenza e persino disfunzione erettile e mal di mare. Fra le macchiette e i personaggi pirandelliani sul palcoscenico della Comiso del dopoguerra, in alcune pagine, rivive anche lo scrittore ma soprattutto l'uomo, chiamato dall'autore affettuosamente Bubalus o Bufalo. Con Digiacomo Bufalino trascorreva circa due ore al giorno. Andavano a vedere un film, quando doveva disintossicarsi dal Circolo dei Cavalieri dove a scala quaranta le prendeva di santa ragione e dove a scacchi o a bridge si giocava solo di rado per accontentarlo "come i grandi con i bambini a mosca cieca, però con meno entusiasmo".

"Dobbiamo essere tra i primi, all'apertura, per non farci fregare i testi migliori" gli aveva chiesto Bufalino quella volta che la libreria Paolino aveva promosso un grosso remainder. Così Digiacomo lo aveva accontentato, ma davanti al negozio erano da soli, come pure nello scantinato del remainder, impregnato del pesante tanfo d'umidità e dal rancidume di rinchiuso che però Bufalino non sentì nemmeno quando Gigiacomo glielo fece notare "Mah, io non sento niente! Forse perché per me i libri hanno un profumo ineffabile...".

Tornati a Comiso Digiacomo aiuta Bubalus a portare le buste con i libri acquistati e scopre con sorpresa, Bufalino non aveva badato a spese nonostante la sua tirchieria che giustificava come "un istinto primario, un riflesso incondizionato" per quelli della generazione della guerra, una TV a colori, acquistata in occasione delle Olimpiadi, ma mai accesa. L'avevano consegnata in sua assenza agli anziani genitori e ora lo scrittore era in attesa di delucidazioni per regolarlo. Con l'aiuto di Giuseppe, decise di provare ad accenderla, ma non prima di aver fatto ricorso al pizzino con le istruzioni per l'uso scritte di suo pugno su cui Digiacomo notò, in cima alla lista e ben evidenziato: "infilare la spina nella presa". Per questo si sente in dovere di spiegare che Bufalo non era privo di senso pratico, ma di senso comune: "il senso pratico è quello che ti consente di appendere un quadro senza schiacciarti le dita o sfondare una parete; il senso comune è quello che ti consente di allacciarti le scarpe senza sfondarti un occhio nello spigolo del tavolo quando t'abbassi per farlo". A Bufalino mancavano entrambi! Stesso problema quando, con le istruzioni sul tavolo, cercava di far funzionare un videoregistratore per poter rivedere, grandissimo amante del cinema, un vecchio film. Sicuramente non aveva un buon rapporto col progresso, ma credo che temesse soprattutto la mancanza di buon senso dell'uomo. Mi tornano alla mente le pagine del Fiele ibleo in cui confessa che per lui le Bucoliche erano "melliflua tisana", più efficace del Serenol e dell'Ansiolin per "lisciare le logore corde dei nervi", perché capaci di riportarlo tra i monti Iblei, "copiosi d'ombre e nidi", tra "il blues dei carrettieri che immalinconiscono il passo dei muli che si perde in lontananza...". Per l'incredibile amore per gli idilli della propria terra, Bufalino riesce a rassegnarsi alla propria naturale decadenza, ma non si rassegna "al tradimento delle cose" che "in una notte dissolvono in cenere il peculio di un'eredità millenaria..." un'ingiustizia e un'infamia opera capricciosa delle stesse mani dell'uomo, cieco e cupido. "Cu agghiutti feli nun sputa meli": non poter più resistere officine del miele, là dove il cielo è di fumo, e chiazze di calce e gesso insozzano il verde, e il sentimento comune dall'alba al tramonto, è la collera. Non più luogo di miele, gl'Iblei, ma luogo di fiele. Gl'Iblei come la Sicilia; la Sicilia come l'Italia; l'Italia come la terra..."

Forse non a caso Morte di Giufà non è soltanto una storia, ennesima e conclusiva, che si aggiunge alle innumerevoli narrazioni popolari sullo stolto personaggio, ma è anche una meditazione sui pesanti tributi da pagare al mito del progresso.

Il lettore che legge o rilegge L'uomo invaso troverà tanti aspetti dell'universo letterario bufaliniano sintetizzati in poche pagine: l'aspetto metaletterario dell'universo come biblioteca infinita, del libro come summa dell'essere.

Marta Galofaro

LONTANO DAL MONDO

Lontano dal mondo di Marco Galetto non si compone di capitoli, ma di persone che raccontano e si raccontano. Filo conduttore e protagonista Flavio Molbi, un critico musicale alla ricerca di se stesso. Un giorno riceve la visita di un amico, a cui qualcuno ha spedito "un quaderno di pagine ingiallite": il diario di Pietro, un partigiano che suo nonno Nereo, un ufficiale dell'OVRA, conosceva bene, come sintetizza benissimo il disegno in copertina di Stefano Cardinali. È la spinta per indagare, dopo settant'anni, sul suicidio di Nereo e la possibilità di riscattarne la memoria, rimettendo assieme, come pezzi di un puzzle, foto ingiallite, vecchi documenti e ricordi sbiaditi e confusi dei pochi sopravvissuti.

Conoscendo il passato si può capire il presente. Così Flavio, scavando nel passato di suo nonno, scava prima di tutto dentro di sé, compiendo un'indagine sulla sua vita ancor prima che su quella del suo avo. E la risposta è sempre una: la vita. Beffarda, sconvolgente, commuovente, ironica, assurda, generosa, con il suo eterno ciclo, di morte e rinascita. "E sono al mare, dentro il mare. Futura madre, senza più una madre, galleggio in questo immenso liquido amniotico, con il sole quasi sulla linea dell'orizzonte. È quasi commuovente, la chiarezza della mia visione. La realtà stessa contiene la risposta; è la risposta. Un immenso inarrestabile significante, di cui non sappiamo cogliere i segni[...]Muore mia madre, in questa infinita, avvolgente placenta marina, rinasco madre. L'eterno ciclo della vita, una catena infinita di morti e rinascite, mi chiama a sé, a prendere coscienza di me stessa".

Il libro di Galetto è più di un giallo, è romanzo di formazione in cui si intersecano storie di personaggi curati nell'introspezione psicologica, reali e vicini con le loro angosce, le effimere gioie e la continua, vana, ricerca di felicità o almeno di stabilità. Le loro storie si avvicendano e si intrecciano e in qualche modo ognuno di loro risulta lontano dal mondo.

                     Marta Galofaro

Ma gli dei non assistono impotenti. Tutto questo deve finire, e con un segnale forte, molto forte, che abbia la potenza della catastrofe, una di quelle che, almeno per un attimo, fanno fermare il mondo a riflettere sulla caducità della vita, sul proprio destino e soprattutto sull'impotenza dell'uomo che si inabissa di fronte all'urlo della Natura,...

Dimmi cose belle racconta di incertezza, senso di inadeguatezza, paure, angosce ma anche e soprattutto di sentimenti positivi e cose belle. È la storia di un padre che si mette a nudo per raccontare gli svariati, contrastanti sentimenti che hanno accompagnato la sua vita dal momento della nascita della figlia, "la sua rosa rosa, color Fabiola",...