E se il colpevole è la vittima?

08.12.2017

Gesualdo Bufalino nel 1991 pubblicò per Bompiani Qui pro quo, il suo unico romanzo giallo. Fu definito dallo stesso scrittore nel risvolto di copertina alla voce "genere" "un'escursione domenicale nei territori del giallo", dunque una distrazione creativa, un piacevole gioco "come quando si vedono negli specchi di un lunapark moltiplicarsi e contraddirsi le maschere della ragione". È scritto con l'intenzione e il piacere della scrittura come terapia, per intrattenere i lettori con "burle e trucchi, personaggi e macchiette rigorosamente incredibili". Sempre Bufalino ci illustra brevemente la trama: "il libro racconta un mistero: la morte di un editore, dovuta non si sa se a frode o a disgrazia, nella sua casa delle vacanze. Ne segue un' indagine che chiama in causa tutti gli ospiti in prima persona. Finché la sua segretaria, una nubile di poche grazie e di molte virtù, risolve o crede di risolvere il caso". "Crede di risolvere" perché in realtà, come in una commedia pirandelliana, non è possibile trovare la verità. Bufalino gioca col relativismo pirandelliano in un genere in cui, invece, nella stragrande maggioranza dei casi, la verità vieni fuori. A tessere le fila del racconto è paradossalmente proprio la vittima i cui scritti contengono una singolare ammissione: "Morirò ucciso e del mio assassino sarò stato io l'istigatore e il responsabile primo".

La segretaria della vittima e il commissario Currò vagliano varie piste chiedendosi anche se l'omicidio non fosse soltanto un suicidio. Le ipotesi sono viste come "verità", "errore" o "delirio", nessuna risulta convincente perché ogni conoscenza è un qui pro quo che non permette di scoprire come sono andati realmente i fatti e ciò che prima sembra ovvio diventa un attimo dopo incerto e improbabile. Metafisico e filosofico, il romanzo gioca sull'imprendibilità della verità, su "le incertezze della certezza".

Lo scrittore si cela sotto la maschera della protagonista, Agatha Esther, aspirante scrittrice e improvvisata investigatrice, e sotto quella della vittima, Medardo Aquila. Così, abile burattinaio, è regista sia dell'omicidio sia dell'indagine. "Quanto a me, non era la sorpresa a prevalermi nell'animo, di fronte a questa seconda e presumibilmente definitiva verità. Era piuttosto una sorta di personale rancore e di delusione nei confronti del defunto, alla cui innamorante immagine s'era venuto sostituendo nelle ultime ore un simulacro di tristo burattinaio, inteso a prendersi giuoco di tutti, ma, mi pareva, in particolare di me. Veridiche o menzognere che fossero queste sua aggiuntive elucubrazioni, me ne veniva un sentimento di maldimare nel ritrovarmi ancora una volta zimbello, con tutti i fili nelle sue mani..."

Con le sue lettere postume, Medardo, vittima per aver subito il suo assassinio, mette in piedi impianti accusatori per poi smentirli, mettendo l'uno contro l'altro gli indiziati e risultando così anche "carnefice"; Agatha è a sua volta la vittima degli ingannevoli scritti di Medardo che tutti cercano invano di interpretare, arriva così alla surreale conclusione che il colpevole non è altri che la vittima in una morte per suicidio da lui truccata ad arte da omicidio. Soluzione che resta valida solo fino al comparire di una nuova busta...Direbbe Pirandello: "così è (se vi pare)".

Marta Galofaro